I KHAMÉN E I MON Nella Penisola d’Oro (Siam - Thailandia)

  Nella Penisola d’Oro (Siam - Tailandia) Abbiamo già detto che la Tailandia, prima ancora di diventare la patria dei Thai, era abitata da varie tribù indigene o gruppi etnici autoctoni le cui origini si perdono nella notte dei tempi e dei quali non si sa quasi nulla, non avendo lasciato alcuna particolare traccia della loro presenza, se non indirettamente tramite altri popoli che li hanno assoggettati e dominati. Di quei popoli primitivi abbiamo ricordato particolarmente i Saiàma o Nigrìto e i Sakài che occupavano la parte meridionale dell’odierna Tailandia, i Kha, i Karìeng e i Lavà che abitavano nella sua parte centro-settentrionale e orientale. (Tavv. III - VI) I primi popoli che li dominarono e dei quali ci sono giunte notizie certe, anche se frammentarie e ancora oscure, furono i KHAMÉN e i MON. Non si sa molto, a dire il vero, anche di questi popoli e particolarmente della loro origine e primo sviluppo. Gli sforzi tuttavia compiuti, da un secolo a questa parte, da studiosi orientalisti, storici e archeologi, ci hanno messo in grado di fissare qualche data e una approssimativa cronologia delle loro civiltà e influenze culturali esercitate sui popoli primitivi della Tailandia. Civiltà e influenze molto importanti perché furono poi assimilate dai Thai stessi, che scendendo sempre più numerosi in quei regni, le assorbirono e trasformarono in una nuova civiltà tutta propria, quella Thailandese. I KHAMÉN E cominciamo con i Khamén. Chi erano costoro? La questione dell’origine dei Khamén è ancora tanto discussa tra gli storici orientalisti quanto misteriosa per tutti. Essi infatti apparvero e scomparvero nel Sudest Asiatico quasi come una chimera. Eppure vi fondarono un vasto e diuturno Impero le cui grandiose vestigia e imperituri monumenti sono ancora chiarissime e irrefutabili testimonianze della loro esistenza, della loro potenza, della loro cultura, della loro arte, della loro religione e perfino dei loro costumi e usanze che sopravvivono tuttora nei popoli della Cambogia, del Vietnam, del Lao, della Tailandia e della Malesia che ne hanno accolto l’eredità. Se incerta è la loro origine è quanto mai nota e inequivocabile la sede del loro sviluppo civile, religioso e culturale che ebbe luogo precisamente nel territorio che va dal delta del Mè Khòng a tutta la Cambogia, gran parte del Vietnam, del Lao, della Tailandia, della Penisola di Malacca. La maggior parte degli studiosi propende a ritenere che i Khamén, non originari del luogo, siano stati tuttavia popoli non invasori o conquistatori, nel tradizionale senso storico di orde nomadi, che passando da una zona all’altra della terra, assaltano, guerreggiano, distruggono e sottomettono con la forza bruta, altri popoli, altri gruppi etnici stanziali. Pare invece che i Khamén siano pervenuti nel delta del Mè Khòng prima e poi in tutti i predetti territori, lentamente, in esigui gruppi di nobili e bramani indù provenienti dall’India e dalle isole indonesiane di Sumatra, Giava e Borneo, particolarmente in seguito al diffondersi del Buddismo (dal 500 a.C. in poi) che aboliva le caste e soprattutto i sacrifici cruenti della religione bramanica e toglieva quindi la professione e i privilegi a quelle due caste che dovettero emigrare prima nell’India Meridionale e poi nei paesi d’oltremare ossia nelle isole del l’Indonesia e lungo le coste del Sudest Asiatico. Queste emigrazioni a carattere politico-religioso debbono tuttavia essere state precedute da altre colonie o spedizioni commerciali di abili e coraggiosi naviganti indiani che si erano già attestate in quei lontani lidi da secoli e forse da millenni. I prìncipi, i nobili, i bramani che li seguirono non andavano quindi all’avventura e alla cieca per mari e terre sconosciuti, ma seguivano vie e rotte già tracciate e conosciute che li portavano a unirsi ad altri compatrioti che li avevano preceduti e tra i quali non tardavano a trovare fraterna accoglienza, senza causare sospetti, ostilità e prevenzioni razziali tra le popolazioni locali. Non furono dunque orde di popoli nomadi o pirateschi alla ricerca e conquista di nuove terre da invadere e devastare, come gli Arii, i Cinesi, i Tartari, i Mongoli e altri popoli, quelle che apparvero sulle coste del Sudest Asiatico, ma piccole e continue spedizioni commerciali ed emigratorie che non presero mai l’aspetto di vere invasioni, neppure quando in India l’Imperatore Asòka (272-240 a.C.) decretò il Buddismo religione di Stato ed abolì definitivamente tutte le caste e soprattutto quella dei Bramani. Questi Bramani dunque affluirono, dopo tale evento, sempre più numerosi nei paesi dove i loro connazionali commercianti, navigatori o compagni di sventura li avevano preceduti; avevano trovato una nuova sistemazione e la possibilità di professare la loro religione indù di Brama, Siva e Visnù, andando così ad ingrossare quelle tipiche colonie di emigranti indiani che tanto influirono sulla civiltà dell’Indonesia e di tutto il Sudest Asiatico e che hanno resistito per secoli, giungendo fino a noi in numerosi gruppi e in tutti i Paesi d’Oriente. Una di tali Colonie prosperò più che mai, qualche secolo prima dell’Era Cristiana nel cuore della Cambogia, proprio sulle sponde del lago Tonle Sap (Thalé Sap). E da essa derivarono i Khamén. (Tav. VI). È da premettere però che alle foci del Mè Khòng (ex Cocincina e attuale Vietnam del Sud) e nella zona meridionale della Cambogia esisteva già un Reame organizzato da un Giavanese che le Cronache Cinesi designano col nome di Hùen Hùei, il quale aveva sposato la regina locale Lìu Ié degli aborigeni Lin Jì, precursori dei Çiàm, in gran parte di origine thai. Anche questo Giavanese era probabilmente di origine indiana e precisamente un discendente di uno dei tanti Bramani emigrati a Giava. Egli infatti professava la religione Bramanica che diffuse tra i suoi Southditi, mentre questi erano animisti e praticavano il culto degli antenati. Gli emigrati indiani, che sopraggiungevano a ingrossare la nuova colonia, non tardavano logicamente a prendere i comandi del nuovo Reame nascente e organizzato dal loro fortunato connazionale e correligionario. E bene accolti erano soprattutto i Bramani che, con la loro cultura, la loro educazione e la loro superiore civiltà e tenore di vita, non tardavano ad accattivarsi la stima ed il rispetto degli aborigeni i quali vivevano ancora allo stato selvaggio. Era così nato e si sviluppava questo Regno Indù o prekhamén (questo nome gli verrà attribuito più tardi) nel South della Cambogia, la cui capitale pare fosse Vaiàtha Purà della quale non si conosce l’ubicazione esatta. Il Regno andò sempre più consolidandosi ed estendendosi soprattutto lungo le coste della Cocincina e dell’Annam (odierno Vietnam meridionale e centrale) fino ai confini del Tonkino (attuale Vietnam settentrionale) mutando però il suo nome di Lin Jì in quello di Çiàm. Le Cronache Cinesi, con un salto di cinque secoli ci parlano di un altro emigrato Indù o Indiano chiamato Kundinia o Kaundinia che, cacciato anch’egli con tutti i suoi correligionari da una località di Deli (India) entrò nelle foci del Mè Khòng ed approdò sulle sponde del lago Tonlè Sap, dove s’unì alla fiorente colonia di compatrioti che l’avevano preceduto da secoli. «Quivi egli, continuano le Cronache Cinesi in uno stile laconico e pittoresco insieme, sposò la principessa locale Soma che era nuda; la rivestì, la istruì ed educò secondo i dettami della religione di Siva e divenne capo di un nuovo piccolo Regno Indù». Regno che, sotto l’impulso dei suoi successori, assorbendo il precedente, divenne ben presto un grande Stato, dai Cinesi chiamato FUNAM, con capitale a Bànam situata a mezza via tra l’estuario del Mè Khòng e il lago Tonlè Sap. Anche in questo Reame, una volta preso possesso di tutte le leve di comando, la minoranza indiana ebbe il sopravvento sui predecessori Lin Jì e Çiàm che, vessati e perseguitati, dovettero emigrare verso north-est dove organizzarono un nuovo Reame che chiamarono Çiampa. Il Regno FUNAM ln seguito assorbiva e riduceva allo stato di vassallaggio anche questo Reame dei Çiàm estendendo così i suoi confini su tutta la Cambogia, la Cocincina e l’Annam. I Lin Jì e Çiàm nel frattempo avevano fondato un altro loro principato o Reame più a north con capitale Vat Phù nei pressi di Bassàk. Dopo il V secolo dell’E. C. i due regni di Funam e di Çiampa furono fusi insieme e diedero origine al Reame di ÇENLA, per opera soprattutto del re Phava Vòraman (pare di origine (Çiam), che portò la capitale sulle sponde settentrionali del lago Tonle Sap e pose le basi del futuro Impero Khamén. Il dominio del nuovo Reame si estendeva già su tutta la Cambogia, sulla Cocincina e sull’Annam, su parte del Lao e della Tailandia Nord-orientale. A dire il vero, allora la Tailandia non esisteva ancora e le regioni occupate dai Çénla erano chiamate Lavò (abitata dai Lavà), Suvànna Phùm o Thavàravadì (sotto il dominio dei Mon) e Tàmphralìngkha o Penisola di Malacca abitata e organizzata in Reame da emigrati indiani e indonesiani. Narrano le Cronache Cambogiane che: «Phava Vòraman, re di Çiampa, assieme al fratello Çitrasena, conquistò Funam e si imparentò con la dinastia funanese sposando la principessa Laksamì. Unì così, secondo le leggende bramaniche, la dinastia della Luna (Çiampa) con quella del Sole (Funam) ponendo le basi del futuro Impero Khamén sotto i migliori auspici». Non si conosce ancora il luogo esatto nel quale sorgeva la capitale del nuovo Reame, che si suppone fosse nel triangolo Vat Phu - Stüng Treng - Angkòr. Né è certa la data di quell’avvenimento che gli storici tuttavia pongono, con una certa sicurezza, nella seconda metà nel VI secolo. Çitrasena succedette al fratello Phava Vòraman col nome regale di Mahénthra Vòraman intorno al 600. Ma di entrambi non si conoscono con certezza né la data della nascita, né quella della morte. Molteplici iscrizioni presentano Çitrasena o Mahénthra Vòraman come un grande eroe e conquistatore. Ciò è dovuto indubbiamente al fatto che, come comandante in capo dell’esercito, fu lui praticamente a conquistare Funam in favore del fratello. E successivamente dovette darsi da fare a sottomettere tutti gli altri Stati Vassalli di Funam che approfittando dell’occasione si erano resi indipendenti. Si sa infatti che il dominio di Funam si estendeva da Çiampa fino al Golfo del Bengala e su tutta la Penisola di Malacca o Tàmphralìngkha. Il riconoscimento ufficiale da parte della Cina del nuovo Reame avvenne solo dopo la morte dì Mahénthra Vòraman, e cioè durante il Reame del figlio che salì sul trono col nome di Isàna Vòraman, quando cioè fu ultimata la sottomissione e annessione di tutti gli Stati Vassalli. Isàna Vòraman ampliò ancora di più i suoi domini conquistando tutta la regione a north che doveva poi divenire il centro del Reame Angkòr e fondò una nuova capitale che chiamò Isàna Purà che sorgeva presso l’odierna Kampòng Thòm, dove sono state rinvenute le più cospicue vestigia della civiltà prekhamén. Morì nel 635 e d’allora in poi è stato possibile costruire una quasi completa cronologia di tutti i re che seguirono. Purtroppo il poco spazio di questo capitolo non ci consente di occuparci di tutti e daremo solo qualche breve notizia dei più rappresentativi ed utili alla nostra narrazione. Ciàia Vòraman I salì sul trono nel 657 e di lui si sa che estese le sue conquiste a tutto il Lao fino ai confini di Nan Ciào. Ma già durante il suo Reame si erano manifestate delle insanabili crepe nel contesto del vasto dominio che, subito dopo la sua morte, si spezzò in due. Il suo Reame lasciò tuttavia una grande impronta della civiltà indù. Il Buddismo che aveva predominato alla corte di Funam decadde e fu sostituito con il culto di Siva sotto il simulacro del Linga. Fu poi introdotto il culto di Harì Harà, ossia di Siva e Visnù riuniti in un solo Corpo con due teste o facce (come il dio Giano dei Romani), che si dice fosse apparso per la prima volta sulle montagne di Badami nei pressi di Mahà Velli Purà nella regione Pallava dell’India meridionale, nel 450 d.C. La maggior parte delle iscrizioni di quel tempo, sono in sanscrito, ma cominciano già ad apparire anche quelle in Khamén. La cultura di corte tuttavia è basata sui famosi poemi epico-mitologici indiani del Ramaiàna, del Mahà Phàrata e dei Puranà. Alla morte dunque di Ciàia Vòraman I seguì un secolo di disordini e turbolenze. Il Reame si spezzò in due: il Regno di ÇENLA-TERRA e il Regno di ÇENLA-ACOUA. Il primo a north con capitale Sampha Purà (Sambor) e il secondo a South con capitale Vaiàtha Purà. Oltre che di lotte intestine, i due regni furono anche teatro di frequenti incursioni piratesche e tentativi di invasioni da parte di altri popoli provenienti dal mare. È da rilevare che proprio in questo periodo la Cina, con l’aiuto e la partecipazione di principi Çenla, era entrata in guerra con il Reame thai di Nan Ciào, ma fu, come vedremo, duramente sconfitta. Nell’802, un Principe Çenla, che durante i predetti torbidi era fuggito a Giava, Fece ritorno in patria e unì i due regni Çenla in uno solo, quello KHAMÉN, fondando una nuova capitale che chiamò Indra Purà (città di Indra). Egli è conosciuto nella storia khamén con il nome di Ciàia Vòraman II (802-850) ed è giustamente ritenuto il fondatore della dinastia e Reame di Angkòr, anche se quella famosa capitale sorgerà più tardi e più a north della sua Indra Purà. È alla sua corte che nacque il culto del Théva-Ràcià ossia del dio-re assunto e assimilato al dio Siva, per opera magica del sacerdote bramano che viveva e prestava servizio nel tempio reale. Questo tempio era posto, secondo la tradizione indù-bramanica, sul sommo di un colle e nel centro della città, caratterizzato da una torre centrale contenente il Linga, emblema sacro di Siva e del Re. E tutta la Cambogia fu presto disseminata di tali templi e simulacri per indicare l’onnipresenza del Re su tutto il suo Reame. Ciàia Vòraman II fondò altre capitali quali: Harì Harà Laia (dimora di Harì Harà) a South di Sìem Ràp, le cui rovine sono oggi chiamate Roleui o Roluos; Amaréndra Purà non ancora localizzata; Mahéndra Purà sulle alture Kulén ove sono state rinvenute vistose vestigia. Egli morì ad Harì Harà Laia nell’850. Inthra Vòraman I, che salì sul trono nell’877, è celebre per aver iniziato i giganteschi lavori di irrigazione nella piana di Angkòr. A north della capitale Harì Harà infatti egli costruì un enorme bacino per la raccolta delle acque da erogare ai campi di riso nella stagione asciutta o in periodi di siccità. Questi lavori furono poi ripresi e continuati dai suoi successori, con priorità su altre opere pubbliche, dando così un enorme sviluppo agricolo ed economico a tutto il Paese. Ma egli lasciò anche una forte impronta nel campo dell’arte Khamén con templi e palazzi di stile diverso dai precedenti, visibili ancor ora nelle loro rovine e la cui stretta rassomiglianza con edifici analoghi di Giava e Sumatra fanno supporre l’inequivocabile interdipendenza di questi regni indiani sorti in tutto il Sudest Asiatico. E un’impronta ancor più marcata, in tutte queste opere di carattere pubblico e religioso, la lasciò suo figlio Iasò Vòraman I che costruì un bacino ancora più ampio di quello del padre, facendovi affluire le acque del fiume Sìem Ràp, mediante una deviazione del suo corso. Fondò inoltre una nuova capitale chiamandola Iasòthara Purà che doveva costituire il primo nucleo urbano della grande Angkòr. Fu costruita attorno ad una collina naturale detta Phnòm Bòkheng che includeva un’area di 25 km. quadrati. La cingeva un fossato largo 20 m. In quell’area sorgeva un agglomerato di villaggi e mercati intercalati da campi di riso e da stagni d’acqua artificiali per l’allevamento e pesca del pesce. Al centro dominava la «Montagna Iasò Vòraman» sormontata da un tempio con cinque torri, quattro agli angoli del quadrato e una centrale con il simulacro del Linga. Era concepita sul modello del fatidico Monte Meru (India Gangetica) con il Sìem Ràp come fiume sacro al posto del Gange. La passione del re Iasò Vòraman per queste «Montagne Sacre» lo spinse ad allestirne altre sulle colline circostanti la sua nuova capitale. E di esse la più celebre, giunta fino a noi, è il Phrà Vihàn che sorge ai confini della Cambogia con la Tailandia sull’altopiano Dong Rak e fu motivo recentemente di una seria controversia tra i due Paesi che se ne contesero i diritti di proprietà. Le sue rovine ci mostrano chiaramente un capolavoro dello stile Khamén e sono meta preferita di archeologi e turisti di tutto il mondo. Iasò Vòraman costruì inoltre non meno di un migliaio di monasteri o pagode sparsi in tutto il Reame sia per il culto bramanico di Siva che per quello buddista. Erano fatti in legno e al centro di ognuno sorgeva il padiglione reale che doveva servire ad ospitare il re nelle sue periodiche visite nel Reame. In questi ultimi anni ne sono venuti alla luce più di una dozzina e formano oggetto delle più premurose attenzioni da parte degli archeologi. Nonostante tutte queste sue opere pubbliche Iasò Vòraman I accentuò ancora di più il distacco tra il re attorniato dalla sua ristretta corte e il popolo. I suoi stessi cortigiani nobili, ministri e sacerdoti bramanici diventavano come lui altrettanti théva ossia dei, ai quali venivano eretti templi minori che servivano poi da mausolei per accogliere le spoglie di tutti i membri delle rispettive famiglie. La morte di Iasò Vòraman I è posta intorno al 910 e da quella data fino al 968 seguirono due altri re, uno usurpatore (Ciàia Vòraman IV) che fondò una nuova capitale a Koh Ker (Khu Kheu) e l’altro legittimo (Racénthra Voraman II) che la riportò a Iasòthara Purà. Nel 968 salì sul trono Ciàia Vòraman V il cui Reame è particolarmente caratterizzato da una grande fioritura letteraria e artistica. I sacerdoti bramani, approfittando della giovane età del nuovo re, presero il sopravvento a corte e imposero la loro cultura interessando anche le donne che occupavano posti importanti nel governo dello Stato. Al re fu dedicato il famoso tempio Bantèui Saréi che, venuto alla luce nel secolo scorso e ricomposto dagli archeologi nella sua forma originale, resta il gioiello più puro dell’arte khamén. Surià Vòraman I (1002-50) ha legato il suo nome a parecchi palazzi in muratura rompendo la tradizione di quelli in legno fino allora in voga. Egli inoltre sottomise il Reame Thavàravadì dei Mon, che si era esteso in tutta la valle del Mè Nam Ciào Phraià (Tailandia), portando i confini dell’Impero Khamén fino a Cìeng Sèn. Dispose che Lop Buri (l’antica Lavò) fosse sede del suo Governatore per meglio controllare il nuovo stato vassallo. Lop Burì infatti è ricca di numerosi monumenti khamén giunti fino a noi. Consolidò il suo dominio nella Penisola di Malacca aggiungendo agli stati vassalli anche quello di Tàmphralìngkha e Laiko (Ligor), l’odierna Nakhòn Si Thammaràt. Ricordiamo anche il suo diretto successore Utthaià Thitia Vòraman II (1050-66) perché durante il suo Reame il re birmano Anùrutthà sottomise la parte del Reame Thavàravadì dei Mon che si estendeva attorno all’antica sua capitale Thaton (Sateum) in Birmania e pare avesse tentato di conquistare anche la parte che si protendeva in Tailandia, ma non vi sia riuscito. Lop Burì e altre città Mon di questa zona infatti rimasero nelle mani dei Khamén. Surià Vòraman II (1113-50) fu il più potente dei re khamén. Infatti il suo Reame coincise con la morte del re birmano Kianzittha (Khùan Sitthà) e il re di Çiampa Ciàia Indra Vòraman II, due temibili capi limitrofi, il primo ad ovest ed il secondo ad est, per cui con la loro scomparsa, egli rimase sovrano incontrastato di tutta la Penisola d’Oro. Con lui l’impero Khamén raggiunse la sua massima estensione ed il suo più alto splendore. Impose la sua sovranità anche ai Thai che erano scesi fino a Lavò (Lop Burì) e avevano formato alcuni piccoli loro regni e sui Mon che continuavano a mantenere la loro indipendenza nel territorio che va da Harì Phun Ciàia o Lamphùn fino a Umogkhaséla o Müang Fang. Egli fu celebre non solo come guerriero, saggio amministratore e diplomatico, ma anche e soprattutto come grande costruttore. Fu lui infatti che costruì la famosa cittadella Angkòr Vàt, la città tempio che secondo gli esperti è il più grandioso complesso religioso di tutti i tempi e luoghi. Ed è giunta fino a noi quasi intatta per cui è meta continua di turisti e studiosi, archeologi, ed esperti di storia. Egli fondò anche la città di Phimà Purà (Phimài) oggi in territorio Thailandese nei pressi di Khoràt (Nakhòn Ràtciasìma) arricchendola di numerosi templi per il culto bramanico di Siva e altri palazzi ricchi di motivi architettonici ed ornamentali di stile prettamente Khamén che si possono ammirare in parte ancora oggi. Dopo di lui si può dire che incominciò il declino dell’Impero Khamèn, con una serie di re deboli ed inetti. Di essi ricordiamo: Tharà Nìnthara Vòraman II (1150-60) e Ciàia Vòraman VII (1170-1218) per avere entrambi introdotto a corte e in tutto l’impero il Buddismo, rompendo così la lunga tradizione bramanica del culto di Siva. Pare anzi che tra i bonzi birmani che sono andati a Ceylon (Silang) proprio in questo periodo, ad apprendere l’originaria dottrina di Budda detta Théravàtha o Hinnà Iàn per introdurla in Birmania, vi fosse anche un principe khamén, figlio appunto di Ciàia Vòramen VII. La nuova dottrina fu quindi diffusa non solo in Birmania, ma anche in tutto l’Impero Khamén dove, nonostante l’accanita opposizione dei Bramani, divenne religione di Stato prendendo piede soprattutto tra il popolo che andò perdendo il concetto del dio-re o théva-ràcià e quindi del sommo rispetto dovuto alla gerarchia dinastica. Con quale effetto lo si può immaginare e lo vedremo tra breve. Ciàia Vòraman VII fu anche il fondatore di Angkòr Thòm (città del re), la cittadella fortezza ch’egli fece costruire in seno alla vasta originaria Angkòr o Iasòthara Purà, come roccaforte contro i continui assalti dei Çiam che si erano ribellati e volevano sopraffare i loro stessi dominatori. La nuova cittadella era caratterizzata, secondo il costume khamén, da una torre-tempio centrale, detta Bàion, dedicata però non più al dio Siva, ma a Budda, riccamente decorata di bassorilievi e statue, che sfortunatamente è giunta a noi in pessime condizioni per poterne ammirare la meravigliosa bellezza originaria. Lo zelo del re Ciàia Vòraman VII per il Buddismo trovò un valido aiuto nella sua augusta consorte, la regina Ciàia Ràcià Thévi e nella sorella di lei Intharà Thévi che insegnavano la nuova dottrina in varie scuole buddiste e lasciarono numerosi scritti in perfetto sanscrito a esaltazione delle gesta del loro Re. Il suo Reame durò quasi 50 anni, ma le sue opere costruite col duro lavoro del popolo oppresso da pesanti tasse, ebbero una breve ed effimera durata, perché subito dopo la sua morte, per reazione alle sofferenze subite e per istigazione dei Bramani che erano stati privati delle loro prerogative sacerdotali e relativi alti incarichi a corte, il popolo le distrusse in gran parte e le sostituì con altri monumenti e simulacri del ristabilito culto di Siva. E il periodo dei suoi successori che va dal 1218 al 1243 fu appunto caratterizzato da questa reazione vandalica e iconoclastica contro il Buddismo e dal legale ritorno a corte e in tutto l’Impero Khamén del Bramanesimo. Ciàià Vòraman VIII (1282-95) fu il primo re khamén che non riuscì a contenere l’avanzata dei Thai, i quali premevano al north con impeto sotto la guida dei loro re Méng Rai e Ràma Kam-hèng e occupavano tutta la valle del Mè Nam Çiào Phraià. Il dominio dei Thai in tutto il territorio del Siam fu poi completato e consolidato dal grande re Ràma Kam-hèng che, sposando una figlia dello stesso re khamén Ciàia Vòraman VIII, si assicurò il fronte South-orientale e inviando più delegazioni alla corte cinese di Kublai Khan si tolse il pericolo di essere attaccato dal north. E giacché a questo punto la Storia dei Thai si intreccia e sovrappone a quella dei Khamén, che sono già al loro declino, dobbiamo chiudere questo paragrafo non senza però accennare brevemente alla fine dell’Impero Khamén nel senso più stretto della parola, e cioè della dinastia indù-bramanica che lo rappresentava. Per questa conclusione ricorriamo alle Cronache Thai le quali ci riferiscono che alla fine del 1300, vi fu una rivoluzione nella capitale khamén, durante la quale il re Sihanu fu ucciso da un certo Tha Cei, il capo giardiniere del palazzo reale, che era buddista. Tha Cei aveva sposato una sorella del re e quindi successe al trono. Secondo Leclère questa fu una rivoluzione nel senso che pose termine definitivamente alla vecchia dinastia khamén di origine indo-bramanica e quindi straniera, per dare inizio a quella di Tha Cei di origine locale che diede l’avvio a una nuova nazione, la Cambogia, fondata sul potere ampio del popolo aborigeno e non già di una ristretta gerarchia di nobili privilegiati e legati dal vincolo di una ancestrale casta di origine prettamente indiana. Ciò spiega la quasi improvvisa e totale scomparsa dei Khamén dalla scena della storia e brusco passaggio dello stato khamén a quello cambogiano. Fu una rivoluzione anche nel senso religioso, perché decretò una volta per sempre il Buddismo religione di Stato, abolendo definitiva mente il culto bramanico di Siva che d’allora in poi scomparve per sempre da quel Reame coi loro stessi sostenitori. Attraverso la storia dei Thai, avremo comunque occasione di riparlare ancora sia dei Khamén che della Cambogia. I MON Ma prima di passare nuovamente ai Thai è pur doveroso dire qualcosa dei Mon. Anche di questi, mentre si hanno copiose notizie sul loro dominio nella zona centrale ed occidentale della Tailandia, poco o nulla sappiamo ancora della loro origine, appena adombrata da leggende e tradizioni orali, più che testimoniata da documenti e dati storici veri e propri. L’inizio della loro presenza in Tailandia posSiamo comunque fissarlo, con una certa sicurezza storica, intorno ai primi secoli dell’E.C. pressapoco nello stesso periodo in cui hanno avuto origine i regni prekhamén nella Cocincina e nella Cambogia. La logica ci dice tuttavia che se gli Indiani avevano raggiunto nei primi secoli dell’E.C. le coste dell’Indocina, a maggior ragione dovevano aver già colonizzato tutte le coste della Birmania e della Penisola di Malacca, da Singapore al Golfo del Bengala con relativo entroterra, che si presentava così ricco d’ogni sorta di risorse naturali. E ciò deve essere avvenuto indubbiamente anche in epoca anteriore a quella dei Khamén, dato che le coste della Birmania e della Malacca sono di fronte alle coste dell’India e quindi più vicine e più facili da raggiungere, non solo per via mare ma anche per via terra dai passi del north. Le leggende Mon infatti, e soprattutto quelle a carattere religioso, parlano di Missionari Buddisti pervenuti nelle Southdette regioni e di dinastie succedutesi nei loro regni parecchi secoli prima dell’E.C. Ma ciò che a noi interessa qui mettere in rilievo non è tanto la loro origine storica, quanto la loro origine razziale. É certo che essi furono, come i khamén, di origine indiana; forse di razza meno pura ed elevata di questi, ma inequivocabilmente provenienti dall’India e in ondate successive di navigatori, commercianti, avventurieri, pescatori, pastori, emigranti profughi o perseguitati politici e religiosi, mescola tisi poi ai gruppi etnici locali delle varie regioni in cui hanno preso dimora e con altri popoli immigrati, dando origine così ad una nuova razza o popolo, quello che noi chiamiamo dei Mon. Molti storici sostengono che i Mon fossero per una buona metà di razza thai. A differenza dei Khamén che tenevano, per rigorose tradizioni di casta, un netto distacco dalle popolazioni aborigene, creando una sacra nobiltà di discendenza divina, com’era nella concezione dottrinale bramanica, i Mon non tardarono invece a mescolarsi con i gruppi autoctoni e fare causa comune con loro. Ciò fu dovuto anche all’enorme influenza esercitata su di loro dal Buddismo. Il Buddismo infatti condanna tutte le caste e mette tutti gli uomini sullo stesso piano di partenza verso la conquista del nirvana, ossia della perfezione spirituale. I Khamén erano Indu-bramanici, ligi alla casta e alla religione di Brama, Siva e Visnu, mentre i Mon furono fin dall’inizio, si può dire, di religione buddista. Anche i Khamén divennero poi buddisti, ma per loro il Buddismo fu causa, come abbiamo già visto, di rovina e declino, mentre per i Mon il Buddismo fu sempre forza e motivo di continue ascese e conquiste, anche dopo la loro disfatta politica per mano dei Birmani e dei Tha, che li assorbirono nelle loro rispettive nazioni. E molto debbono ai Mon i Buddisti del Sudest Asiatico nella conoscenza e pratica del Buddismo, ma particolarmente i Thai e i Birmani che ne divennero diretti eredi e scrupolosi conservatori, come avremo modo di dire in seguito. Sulla loro origine indiana vi sono molte leggende, una delle quali sostiene che la loro capitale Thaton (per i Birmani, Suthammàvadì per i Mon e Sateum per i Thai) fosse strettamente collegata a Orissa (India) che si trova sulla costa opposta del Golfo del Bengala, alla stessa maniera di una delle tante colonie greche del mediterraneo. Lo prova anche l’etimologia dell’antico nome dei Mon (del resto ancora assai ricorrente in Thai) di Taléng che si ritiene derivato da Taléng Khana o Telingana, la regione dell’India dalla quale è venuta la loro civiltà e cultura. (Tavv. VI e III) Thaton fu dunque uno dei primi centri abitati dei Mon al quale vanno aggiunti, con certezza storica, Si Thép, Nakhòn Pathòm (o Phra Pathòm) e Phong Tük. Questi tre ultimi si trovano attualmente in territorio thai e datano tuttavia solo dai primi secoli dell’E.C. È indubbio che i nuclei stanziali si siano formati molto tempo prima, ma i reperti archeologici rinvenuti finora risalgono solo fino a quella data. Le leggende e tradizioni orali specialmente religiose, come avremo occasione di dire in seguito, ci fanno risalire ad epoche molto più antiche. Nei primi secoli dell’E.C. i Mon furono assoggettati e dominati dai prekhamén di Funam. Ma dal VI secolo in poi essi si costituirono in un Reame indipendente detto Thavàravadì o Suvànna Phùm. Dalle Cronache Cinesi infatti apprendiamo che anche il Reame Thavàravadì aveva allacciato, in quel secolo, relazioni diplomatiche con il grande Impero Celeste che oramai estendeva la sua influenza su tutto l’Oriente. E le medesime ci assicurano che dal VII al IX secolo il Reame dei Mon era libero ed indipendente. I Mon in Birmania occupavano la parte orientale del fiume Salvin e le loro città stato o principati erano sparse un po’ dappertutto lungo la sua valle fino alla foce e lungo la costa occidentale da Thaton (Satheum) a Tavoi (Thavai) e oltre. (Tav. III) Ma pare che il loro centro politico-religioso fosse soprattutto nella valle del Mè Nam Çiào Phraià, proprio nel cuore della Tailandia, intorno all’antica città Nakhòn Pathòm o Phra Pathòm. Là era sorto il loro Reame buddista denominato Thavàravadì o Suvànna Phùm fiorito particolarmente dal VI secolo in poi. (Tav. VI) I Thai ritengono infatti che una delle loro capitali, se non la prima, sia stata Nakhòn Phatòm, ricca di vestigia archeologiche e tradizioni religioso-folcloristiche, per cui ancor oggi è il centro più importante delle manifestazioni buddiste di tutta la Tailandia. Celebre è il suo Phrà Cedì che svetta snello e scintillante d’oro nel cielo all’altezza di 120 metri e rimane il più bel monumento dell’arte Mon e Buddista in terra thai. (Fig. 1) Successivamente fu Lop Burì a prendere il predominio sulle altre città Mon; probabilmente per la sua posizione più adatta e consona alle azioni di conquista verso north-est intraprese dai Mon nel tempo della loro massima espansione. Si trova infatti nella regione centrale del Mè Nam Çiào Phraià e del Reame dei Lavà che l’avevano fondata come loro capitale col nome di Lavò. Abbiamo già visto come essa sia stata successivamente conquistata e destinata dai Khamén a sede del loro Governatore, arricchendola di monumenti e templi, nel loro stile, visibili ancor oggi. Un ulteriore città-stato o principato dei Mon fu quello di Lamphùn, dai Khamén chiamato Harì Phun Ciàia, che pare sia stato fondato da una principessa di Lop Burì. In seguito all’impatto con i Khamén e alla difficoltà di mantenere saldo e sviluppare il loro dominio in Tailandia, i Mon volsero le loro conquiste a north-ovest, nella regione centrale dell’odierna Birmania, dove nell’825 essi fondarono una nuova capitale, l’ultima e la più importante, che chiamarono Pegù, poco più a north dell’attuale Rangùn. I Mon avevano una grande cultura e furono dei pionieri nella coltivazione del riso e dei legumi anche in Birmania, dove realizzarono tra l’altro il famoso sistema di irrigazione tuttora esistente, nella zona di Kiauksé (Kioksè) che divenne il centro agricolo di quella nazione. Ma anche qui essi ebbero subito a che fare con un altro popolo o gruppo etnico, quello dei Birmani (che dovevano poi dare il loro nome a tutto il Paese) i quali, provenienti dal Tibet, erano da poco apparsi nel territorio settentrionale e tentavano di scendere e togliere ai Mon la fertile e bonificata pianura centrale di Kiauksé. Anch’essi fondarono una loro capitale a Pagan nell’849. Secondo le Cronache dei due popoli, basate su leggende e tradizioni orali, le due capitali testé nominate risalirebbero a date anteriori, intorno ai primi secoli dell’E.C. Ma non vi sono documenti storici e reperti archeologici che le confermino. E’ storicamente provato invece che dal VII secolo dell’E.C. in poi, mentre al north dell’odierna Birmania scompariva il Reame dei Phiu, con capitale Sri Kshetra (Si Kasétra), l’attuale Prom, vandalicamente razziato dai Cinesi dello Iun Nan, al South si consolidava quello dei Mon con capitale Pegù, al centro nasceva quello dei Birmani con capitale Pagan e nella zona montagnosa north-orientale prosperavano gli stati Cian (un ramo dei Thaì) con capitale Kèng Tùng che fu poi sostituita con Ava. A occidente, nella zona Arakan, esisteva pure un altro Reame con capitale Vaisali (presso l’attuale Mrohaung) che però ebbe una parte insignificante nella lotta politica per il predominio di quella che sarà la Birmania. Durante i regni di Anùrutthà e di Kianzìttha (Khùan Sitthà) dal 1044 al 1113 i Birmani ebbero il sopravvento sugli altri popoli e trasformarono il loro piccolo incipiente Regno in un grande Impero che si estendeva per migliaia di chilometri dalle sorgenti del fiume Iravadì all’istmo di Kra, e dalle sue valli a quelle del Mè Nam Çiào Phraià, assorbendo quasi interamente il Reame Mon ed esercitando una forte pressione e influenza sugli altri popoli limitrofi, particolarmente sui Khamén. (Tav. III) Per quanto riguarda la parte del Regno Mon che si stendeva nella valle del Mè Nam Çiào Phraià, le Cronache del tempo ed anche gli storici attuali sono di pareri discordi. I Khamén infatti rivendicano tale conquista, sostenendo che da quel tempo in poi fu posto un loro Governatore a Lop Burì onde meglio poter controllare tutto il Regno Mon caduto nelle loro mani. Le Cronache thai e birmane invece riferiscono che il re Anùrutthà aveva conquistato il Regno Mon da Thaton e Phra Pathòm, adducendo quale prova che proprio da allora i Birmani adottarono il Buddismo Hinnà Iàn dei Mon, decretandolo religione di Stato e abbandonando il Buddismo Mahà Iàn, appunto perché fortemente impressionati e influenzati dai due ferventi centri buddisti di Thaton (Satheum) e Phra Pathòm. Non solo, ma alla corte del re Anùrutthà divennero di moda la cultura, le usanze e i costumi dei Mon. Tutti i libri sacri del Buddismo Hinnà Iàn o copie dei medesimi che si trovavano nelle pagode delle predette città furono portati a Pagan. Anche il re Mon Mokuka con 30.000 abitanti furono deportati nella capitale birmana nell’intento non solo di incrementare la popolazion,e ma anche il numero dei proseliti buddisti in modo da facilitare ed accelerare la diffusione del nuovo culto tra i Birmani. Il balì divenne la lingua sacra di corte, al posto del sanscrito e l’alfabeto Mon fu successivamente adottato per la scrittura religiosa e profana birmana. Il re Mokuka fu confinato con tutti gli onori e il rispetto dovuti al suo rango, nella cittadina di Minkàlà poco lontano dalla capitale Pagan, dove si costruì un palazzo in puro stile Mon. I Mon nonostante la tremenda sconfitta subita, non si rassegnarono tuttavia facilmente alla perdita della loro indipendenza e sovranità e spesso si ribellarono al potere centrale dei Birmani. Anche gli Stati Çiàn e quelli di Arakan furono spesso teatro di rivolte e insurrezioni contro i Birmani; sicché l’intera Birmania fu per parecchi secoli in continue lotte interne tra questi quattro regni o gruppi etnici per la supremazia e il potere centrale. Al re Anùrutthà successe Kianzitthà (Khùan Sitthà) che era un generale del suo predecessore col quale era venuto a diverbio e si era ritirato a vita privata. Nonostante fosse di stirpe birmana, era stato educato da maestri Mon e conservava quindi per questo popolo il più grande rispetto e deferenza. E forse è stata questa diversità di sentimenti nei confronti dei Mon che lo portò alla rottura col suo Re. Alla morte del re Anùrutthà, a dire il vero era salito sul trono suo figlio Soleu che però non era riuscito a domare la ribellione promossa dal Governatore di Pegù e ci lasciò la vita. Kianzitthà (Khùan Sitthà), a quella notizia, uscì dal suo isolamento politico e, da buon soldato, si buttò nella mischia, deciso a prendersi il trono. Ma per ottenere questo gli era necessaria l’alleanza dei Mon. Alleanza che egli ottenne promettendo al deposto re Mokuka di cedere, alla sua morte, la legittima successione al trono ai suoi discendenti. Kianzitthà (1077-1113) portò il Reame birmano al più alto splendore, celebrando nel 1086 con rito buddista-bramanico, molto in voga nel Sudest Asiatico di quel tempo, la sua incoronazione ed erigendo molti templi, pagode, monasteri e palazzi pubblici con scritte in lingua Mon che sono ritenute autentici brani di letteratura classica. Egli cercò soprattutto di conciliare e facilitare la fusione dei due popoli Mon e Birmano. Il suo grande amore e ammirazione per la cultura Mon lo portò ad elevare i più bei capolavori in quello stile, tra i quali è da ricordare il grandioso tempio Ananda (Anànthà) fatto eseguire nella capitale Pagan quale copia fedele di quello già esistente a Orissa (India) di dove era venuta la civiltà Mon. Per dare un’idea della sua grandiosità e bellezza artistica basti ricordare che contiene nelle quattro sale e relativi corridoi a crociera, 80 bassorilievi rappresentanti la vita di Budda, 1600 statue in pietra e 1400 in terracotta. Celebre è anche la sua biblioteca fatta costruire per raccogliere soprattutto i testi sacri Tripitaka del Buddismo, riveduti e corretti secondo la dottrina più pura Hinnà Iàn o Theravàtha. Anch’egli, come tutti i sovrani dei vari stati confinanti con la Cina, inviò missioni diplomatiche alla corte del Celeste Impero. Il suo tentativo di amalgamare e fondere i due popoli Mon e Birmano in uno solo, con parità di poteri, diritti e doveri, non ebbe purtroppo l’esito sperato. E subito dopo la sua morte il Reame fu nuovamente teatro di discordie intestine e guerre civili che con difficoltà i suoi successori Mon riuscirono ad affogare nel sangue. Con l’avvento sul trono del re Narà Patisitthù (1174-1211), non più imparentato coi Mon, ma di pura stirpe birmana, ai Mon fu tolto ogni potere e la stessa loro lingua fu sostituita col birmano. I Mon si rifecero promuovendo e diffondendo il loro tradizionale Buddismo, e la loro alta cultura artistico-letteraria che imposero ai loro oppressori, continuando così a dominare col pensiero i loro stessi dominatori, come fecero gli antichi Greci coi Romani. Narà Thihapathé (1250-87) fu un re balordo e fanfarone di cui ci è giunta una lapide, da lui stesso dettata, dicono le Cronache, nella quale si vanta, tra l’altro, di essere: « ... il comandante supremo di 35 milioni di soldati», ed osò, nella sua stupidità, opporsi addirittura al Mongolo Kublai Khan che stava ultimando la totale conquista del Celeste Impero. Con quali conseguenze è facile immaginarlo. Fu infatti ripetutamente sconfitto e cacciato dalla sua capitale Pagan. Ritiratosi infine più a South, nella città di Bassein, poco dopo morì, lasciando il suo vasto Reame in balia dei Mongoli, che ne fecero prima una provincia e poi uno stato vassallo del loro Impero. L’occupazione della Birmania da parte dei Mongoli, con la sconfitta dei Birmani e dei Mon ridotti in schiavitù, offrì ai Thai Ciàn l’occasione di mettersi in primo piano nel governo di quel Paese. Essi infatti, intorno al 1283, per iniziativa di Tre Fratelli Ciàn, invasero la fertile pianura di Kiauksè (Kioksè) della Birmania centrale e crearono altri tre regni o principati con capitale rispettivamente a Mièng Cìeng, a Méng Khaià e a Pin Le. Dopo alterne vicende e trattative coi Mongoli riuscirono a cacciare questi al di là dei confini e ad estendere il loro dominio su tutta la Birmania. Nel 1364 fondarono una nuova città che chiamarono Ava (Angva per i Thai) che divenne poi la capitale di tutta la Birmania per parecchi secoli. Benché fondata dai Ciàn, Ava ebbe tutte le caratteristiche della precedente capitale Pagan e quindi ritenuta più birmana che Thai Ciàn. Ciò fu voluto intenzionalmente dai Ciàn nel tentativo di conciliarsi coi Birmani e coi Mon. Ma purtroppo la lotta per la supremazia continuò ancora a lungo tra i quattro gruppi etnici più importanti della Birmania e cioè: i Thai Ciàn con capitale Ava, i Birmani con capitale Pagan, i Mon con capitale Pegù e gli Aracanesi con capitale Vaisali o Mrohàung, i quali dovevano nello stesso tempo tenere a bada anche i Cinesi e i Mongoli che continuavano a minacciarli dal north. E ci vollero quasi due secoli prima che la Birmania fosse interamente unificata in una nazione compatta, forte e indipendente per opera dei suoi più grandi re Tabéng Ciavéti (1531-50) e Buréng Nong (1550- 1599) dei quali avremo occasione di occuparci a lungo e dettagliatamente nella Storia dei Thai. Con queste brevi note abbiamo voluto mettere in evidenza che la Penisola d’Oro, Suvànna Phùm o Indocina, nel primo millennio dell’E.C. fu meta comune di vari popoli stranieri invasori o migratori, i Khamén da Southest, i Mon da ovest, i Birmani e i Thai dal north. È da tenere presente che i Thai assimileranno dai Mon il Buddismo Hinnà Iàn o Théravàtha con tutta l’arte e la cultura religiose inerenti, mentre prenderanno dai Khamén il cerimoniale bramanico di corte e alcune usanze e feste popolari tuttora in voga in Tailandia. Ricordiamo ancora una volta che la presenza dei Thai nella Penisola d’Oro (Indocina o Sudest Asiatico), durante questo primo millennio dell’E.C. è già consistente, anche se ancora inferiore per numero e potenza culturale a quella dei Mon e dei Khamén, dai quali sono stati assimilati e dominati. Sono tuttavia già numerose le città governate e capeggiate dai Thai, quali staterelli, piccoli regni o principati vassalli che pur sotto il dominio o influenza dei predetti popoli di origine indiana, agiscono con una certa propria egemonia. Ci vorranno tuttavia le massicce emigrazioni da Nan Çiào, in seguito alla conquista operata da Kublai Khan, per dare ai Thai la possibilità e l’ultima spinta ad uscire dall’oscurità, prendere coscienza della loro potenza, scuotere il giogo del vassallaggio ed imporsi agli stessi loro dominatori i Khamén e i Mon-Birmani. Ed è ciò che vedremo nei capitoli che seguono.

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